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Nuova intervista del Dott. Lavezzari
Ottobre 2007

L’autotrapianto di capelli si accinge a festeggiare i suoi cinquant’anni di storia. Lei, dr Lavezzari, che dal 1985 si occupa esclusivamente di tale intervento, che bilancio si sente di fare ?

In mezzo secolo è cambiato quasi tutto degli autotrapianti: resta immutato soltanto il principio della “donor dominance” scoperto dal Dr.Orentreich, che ne ha dato una prima comunicazione appunto sul finire del 1958. In pratica Norman Orentreich, dermatologo di New York, presso il quale ho fatto un internato nel 1979, aveva riscontrato che i capelli della zona della nuca e dei lati del capo non cadono mai e mantengono questa loro caratteristica anche quando vengono trapiantati in altre sedi affette da alopecia. Recentemente è stato poi confermato che i capelli geneticamente destinati a cadere sono sensibili al Diidrotestosterone (DHT), un metabolita del testosterone, diretto responsabile dell’alopecia androgenetica e, nell’uomo, anche dell’ipertrofia prostatica.


Quali pensa siano stati i miglioramenti tecnici più significativi in tutti questi anni ?

Essere passati da grafts (isole) di 15-20 capelli a Unità Follicolari di 1-2 capelli ha radicalmente cambiato lo scenario ed anche la filosofia dei trapianti. Ricordo ancora adesso i pazienti del Dr. Orentreich che uscivano dal suo studio, nella Fifth Avenue, tutti fieri dei loro nuovi capelli, anche se era innegabile che i ciuffetti in corrispondenza dell’attaccatura ricordavano molto quelli delle bambole. Un tale risultato adesso manderebbe in profonda crisi sia i pazienti che gli specialisti. Perchè anche chi si sottopone all’autotrapianto è diventato (giustamente) più esigente e vuole un risultato assolutamente naturale. Cosa che si può realmente ottenere grazie ai nuovi microscopi stereoscopici per preparare le Unità Follicolari e, per quanto mi riguarda, anche ai recentissimi sistemi visivi autofocus d’ingrandimento da utilizzare per le fasi d’incisione e di inserzione delle FU.

Quali sono i soggetti più adatti a sottoporsi all’autotrapianto e che aspettative è lecito attendersi nel 2008 ?

Non esiste un’età o un periodo più  favorevole per sottoporsi all’autotrapianto. I miei pazienti vanno dai venti ai settant’anni, e le donne sono circa il 20%. Chi ha conservato i capelli in corrispondenza della nuca e delle zone laterali del capo (la cosiddetta “donor area”) e non è più disponibile a convivere con un diradamento che penalizza la propria immagine, può rivolgersi a questo intervento con la massima fiducia  e con un entusiasmo molto superiore a quello che poteva avere dieci o venti anni fa. Se si affida ad uno specialista e ad una equipe molto esperti e ad un ambiente clinico adatto non potrà avere sorprese negative.

E’ importante che l’autotrapianto venga effettuato in cliniche specializzate anziché in un ambulatori medici ?

L’autotrapianto si svolge tutto in anestesia locale e di solito il paziente non necessita di una sedazione,a parte qualche soggetto estremamente ansioso. Quindi tecnicamente può essere effettuato anche in un normale studio medico, dove può essere presente o meno un anestesista. Benchè non mi risulti che siano stati segnalati, in tutti questi anni, casi di gravi complicazioni durante un autotrapianto, sono convinto che una struttura che disponga di  attrezzature e di medici in grado di  fronteggiare ogni possibile emergenza, nonché di camere per ospitare il paziente la notte dell’intervento, rappresenti un fattore in più di sicurezza che non deve essere sottovalutato. Vorrei anche ricordare che grazie all’autotrapianto e ad un ambiente clinico adatto oggi possiamo infoltire con successo aree alopeciche cicatriziali, di solito consecutive a traumi o ustioni, in corrispondenza del viso e anche del corpo.

C’è chi ha ancora paura dell’autotrapianto perché pensa che sia un intervento doloroso,che possa lasciare dei segni e che la gente si accorga che uno si è sottoposto all’intervento.

Al giorno d’oggi sono tutti timori infondati. A parte il fatto che si tratta sempre di un intervento di microchirgia,posso affermare che il dolore è praticamente inesistente nel corso dell’intervento,durante il quale di solito il paziente sente musica o parla  con il medico e gli assistenti. Dopo il trapianto, se la sera dell’intervento dovesse manifestarsi una lieve dolenzia in corrispondenza della nuca, si può ricorrere ad un blando analgesico per rimuoverla completamente. Le croste in corrispondenza della zona trapiantata sono davvero molto più piccole rispetto al passato e, anche se più numerose, possono essere facilmente coperte con qualche capello residuo. Oppure il paziente, se proprio è obbligato ad un contatto con il pubblico nei giorni immediatamente successivi al trapianto, potrà portare un cappello (o prendersi una vacanza) per tre-quattro giorni. Quanto poi al fatto che la gente potrebbe accorgersi che uno si è sottoposto al trapianto direi che è praticamente impossibile: ormai in un trapianto gli infoltimenti e le attaccature fronto-temporali  si presentano assolutamente naturali e,cosa quantomai importante,richiedono almeno 6-8 mesi per raggiungere il loro risultato definitivo. Pertanto il paziente non corre il rischio di presentarsi di colpo con un  look stravolgente, come capita con i parrucchini.

A  proposito, cosa ne pensa dei parrucchini (o protesi, come qualcuno li chiama).

Di fronte alla calvizie ognuno di solito reagisce in base alla sua cultura,ad un certo gusto estetico,alla sua emotività ed anche all’ambiente in cui vive. Un mio paziente mi confidava che per lui perdere i capelli è stato come perdere il senno ed ha accettato soluzioni irrazionali, tra cui l’adozione di un parrucchino, che hanno influito in modo molto negativo sulla sua esistenza. Ma il miraggio di risolvere subito un problema difficile come la calvizie induce molti soggetti, specie giovani, ad accettare una soluzione così scomoda e mortificante, della quale si pentiranno presto. Soltanto che difficilmente troveranno  il coraggio  di togliersi la parrucca per il timore che gli altri si accorgano del loro aspetto reale e,soprattutto, che non portano più “quella cosa” in testa della quale in fondo si vergognano tanto. In questo caso intervengono fattori psicologici che  possono davvero modificare il comportamento di una persona. Ci sono stati diversi miei pazienti,portatori di parrucchini, che hanno rimosso con successo il loro problema grazie al trapianto. In compenso ho dei colleghi,tra cui Richard Shiell di Sydney, che si rifiuta di fare trapianti a chi porta il parrucchino.

Pensa che ci saranno grosse novità per il 2008 nel campo dei trapianti di capelli ?

Ci potranno ancora essere modesti margini di miglioramento nella tecnica della preparazione e nella inserzione delle FU, che però non influiranno in modo significativo sui risultati. Nelle nostre cliniche stiamo valutando nuovi
mezzi di conservazione per i follicoli da trapiantare che ne dovrebbero mantenere la vitalità ed in certi casi prolungarla. Stiamo anche testando l’impiego di un laser (approvato dal FDA americano) nella fase post-operatoria per valutare quanto la fototerapia possa accellerare il processo di riparazione cellulare ed influire positivamente sulla ricrescita.Ma la nostra più grande ambizione resta quella di concretizzare una ricerca alla quale ci dedichiamo da alcuni anni e che ha come traguardo il trapianto di capelli da un individuo ad un altro. La clonazione dei capelli, per quanto molto suggestiva, rappresenta in questo momento un possibilità assolutamente teorica e non realistica,per le difficoltà intrinseche e per ora insormontabili che emergono nella replicazione di un organo così complesso come il follicolo pilifero.  La donazione di capelli sarebbe invece un mezzo semplice e pratico specialmente per tutti quei soggetti che non dispongono di una buona zona donatrice,quindi non solo pazienti calvi ma anche ustionati o affetti da alopecia areata. Sul finire degli anni ’90 ho tentato di trapiantare capelli da madre a figlio, dopo aver accertato una compatibilità di base (gruppo sanguigno) e morfologica. Allora si era pensato di ridurre al minimo la risposta anticorpale mediante il trattamento dei follicoli del donatore con una sequenza di enzimi che aveva il compito di “ripulirli” dalla presenza di (quasi) tutte quelle cellule che potevano scatenare una risposta immunitaria nel figlio (il ricevente). Un metodo simile era già stato impiegato in un istituto di ricerca di La Jolla in California ed aveva dato risultati incoraggianti. Tuttavia avevamo riscontrato che in particolare un enzima, (collagenasi), poteva alterare anche la struttura interna del follicolo e quindi impedire di fatto la ricrescita del capello. Attualmente concentriamo le nostre ricerche soprattutto sulla possibilità di “ingannare” il sistema immunitario del ricevente attraverso,per usare un espressione sintetica, una preparazione dell’area da trapiantare, e siamo fiduciosi di raggiungere presto dei risultati apprezzabili.





Dott. Lavezzari



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